Affluenza Referendum 2026, confronto e previsioni risultato
L'affluenza record di domenica può essere un fattore determinante per l'esito del Referendum 2026: ecco i dati per regione

Cosa succede dopo la vittoria del No al Referendum 2026? Questa è la domanda che serpeggia in tutto lo Stivale ora che sono ufficiali i risultati del Referendum Giustizia che si è svolto nella doppia data di domenica 22 e lunedì 23 marzo. Ribaltando buona parte dei pronostici della vigilia e le previsioni dei sondaggi - a proposito, anche questa volta molti istituti hanno preso delle belle cantonate tanto che viene spontaneo chiedersi l'attendibilità delle numerose indagini che ogni settimana vengono realizzate in Italia -, alla fine ha vinto il No con il 53,74% dei voti, oltre due milioni in più rispetto al Sì. Altro dato indicativo è quello dell'affluenza che è stata del 58,93%, un dato superiore alle elezioni europee del 2024 quando non si era arrivato al 50% degli aventi diritto.
Anche se si è trattato di un referendum costituzionale dove non c'era il quorum, tutti gli esperti sono concordi nell'affermare che l'alta affluenza è stata fondamentale per la vittoria del No al Referendum 2026. Gli italiani così hanno bocciato la Riforma Nordio, approvata - con quattro voti di fiducia e in sostanza senza una discussione parlamentare - lo scorso autunno dalla maggioranza di centrodestra. Un esito che inevitabilmente avrà delle ripercussioni sia sul piano della struttura della magistratura sia sul piano politico, visto che per il governo si è trattato senza dubbio di una battuta d'arresto. Vediamo allora quali sono le conseguenze della vittoria del No al Referendum Giustizia 2026.
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Partiamo dal succo del quesito che è stato sottoposto al giudizio degli italiani cercando di capire cosa succede dal punto di vista pratico dopo la vittoria del No al Referendum 2026. La risposta è molto semplice: niente. La Riforma Nordio infatti aveva modificato in maniera strutturale gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione. I punti principali hanno riguardato la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti (giudici) e magistrati inquirenti (pubblici ministeri), la divisione del CSM in due organi separati uno per i pubblici ministeri e uno per i giudici, poi l’istituzione di una Corte disciplinare.
La vittoria del No di conseguenza ha cestinato la riforma, con gli articoli della Costituzione oggetto di modifica da parte del governo che non verranno cambiati. Resta da capire ora se, dopo la sconfitta referendaria, il governo proverà in altri modi a riformare la giustizia e le leggi che la governano, oppure se preferirà non tornare sull'argomento - che si è rivelato più spinoso del previsto - in attesa delle elezioni politiche che da calendario si terranno a inizio autunno del 2027.

Con la Costituzione che non cambia, le conseguenze maggiori della vittoria del No al Referendum 2026 a questo punto sono tutte politiche. Come ampiamente specificato prima del voto, Giorgia Meloni nonostante la sconfitta non si dimetterà dal ruolo di presidente del Consiglio. Nessun passo indietro anche per il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, o per altri membri del governo. Tra le fila della maggioranza però adesso si è acceso più di un campanello d'allarme.
Anche se nel Partito Democratico c'è stato più di un distinguo, con diversi esponenti dell'ala moderata dei dem che hanno votato per il Sì, la vittoria del No al referendum senza dubbio avrà l'effetto di ricompattare il cosiddetto Campo Largo, ovvero la coalizione formata da Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra. In più c'è da capire il destino di Matteo Renzi, mentre Azione di Carlo Calenda ormai sarebbe fuori da ogni discorso di alleanze. Insomma, se fino a ieri il centrodestra credeva di avere in pugno la vittoria alle elezioni politiche del 2027, adesso il centrosinistra fa più paura. Logico così aspettarsi nelle prossime settimane un'accelerazione sulla nuova legge elettorale partorita dalla maggioranza di governo, un sistema di voto che assegna un cospicuo premio di maggioranza alla coalizione vincitrice a patto che ottenga almeno il 40% dei voti.
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