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Annunci di lavoro, in Italia si cambia. Dalla parità di genere all'indicazione della retribuzione, sono molto importanti le novità che sono arrivate dal Consiglio dei Ministri che si è tenuto in data 5 febbraio. Nell'occasione infatti il Cdm ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva (UE) 2023/970, licenziata da Bruxelles a maggio di quell'anno. Si tratta di uno schema di decreto legislativo che, se non dovessero esserci intoppi, dovrebbe entrare in vigore nel nostro Paese a giugno 2026. Abbandoniamo però il "politichese" per cercare di capire in maniera semplice quali sono le novità previste e perché ci sarà una sorta di "tsunami" per quanto riguarda il mondo degli annunci di lavoro.
Lo scopo della direttiva UE - che una volta emanata deve essere poi recepita dai singoli Stati membri - è quello di rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione. Adesso però il testo inizierà il suo iter parlamentare, dove in seguito anche del confronto con le parti sociali potrà essere ulteriormente arricchito. Del resto in Italia vengono pubblicati ogni giorno migliaia di annunci di lavoro su portali online, piattaforme di recruiting, siti aziendali e portali istituzionali. La maggior parte di queste offerte attualmente non contiene informazioni chiare sulla retribuzione prevista, una sorta di zona d'ombra che di certo non favorisce la trasparenza. A giugno però la situazione potrebbe cambiare diametralmente.
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In merito agli annunci di lavoro la normativa attuale in Italia non impone l’indicazione della retribuzione: datori di lavoro e agenzie di recruiting possono scegliere di non specificarla, rendendo arduo per i candidati valutare realisticamente le varie offerte. La nuova direttiva comunitaria e il decreto legislativo che la recepisce nel nostro ordinamento, invece cambiano questo paradigma. Quando lo schema di decreto legislativo sarà definitivamente approvato, gli annunci di lavoro dovranno indicare la retribuzione iniziale o la fascia prevista, tutto questo fin dalla fase di pubblicazione dell’offerta e prima di qualsiasi colloquio o selezione dei candidati.
Entrando più nel dettaglio, l’indicazione della retribuzione dovrà avvenire tramite una Retribuzione Annua Lorda (RAL) oppure attraverso fasce salariali, purché queste siano rappresentative dell’effettiva offerta economica e non generiche o vaghe. Non è però l'unica novità in merito alla retribuzione. Ai datori di lavoro sarà vietato chiedere ai candidati informazioni sui loro stipendi passati, oppure esigere documentazione come cedolini o buste paga relative a precedenti impieghi durante il processo di selezione. In questo caso l'obiettivo è evitare che l'offerta economica possa essere influenzata dagli stipendi passati.

Il provvedimento approvato dal Cdm però non verte solo in senso stretto sugli annunci di lavoro. Lo schema infatti mira a eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti. Ecco cosa scrive a riguardo il ministero del Lavoro: "Il decreto chiarisce i concetti di stesso lavoro e lavoro di pari valore, basandoli su criteri oggettivi e neutrali rispetto al genere. Previsto che la contrattazione collettiva sia il riferimento principale per la classificazione professionale e retributiva. Ove emergesse un divario retributivo di genere non giustificato pari o superiore al 5%, il datore di lavoro deve motivarlo e avviare una valutazione congiunta con le rappresentanze sindacali e l’Ispettorato del lavoro per adottare misure correttive".
Inoltre le aziende di dimensioni maggiori - dai 100 dipendenti in su - dovranno pubblicare report periodici sul divario retributivo all’interno della propria organizzazione, mentre per garantire il rispetto delle nuove norme sarà istituito un organismo di monitoraggio presso il ministero per vigilare sull'attuazione del decreto e rafforzare le tutele giudiziarie per i lavoratori discriminati. In sostanza si tratta di una rivoluzione normativa ampia che punta a garantire maggiore equità, trasparenza e parità salariale nel mondo del lavoro italiano, cercando al tempo stesso di armonizzare le normative in tutto il territorio comunitario.
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