
In molti non sanno cos'è la shrinkflation, però tutti in qualche modo la stiamo "subendo". Procediamo però con ordine iniziando a spiegare di cosa stiamo parlando. Dal punto di vista etimologico, il termine nasce dall'unione di due parole inglesi: shrink ovvero "restringere" e inflation cioè "inflazione". A questo punto il significato inizia a svelarsi. Stiamo parlando infatti di quella pratica - assai odiosa per i consumatori - dove i produttori riducono la quantità di un prodotto all'interno della confezione, ma lasciano il prezzo invariato oppure addirittura lo aumentano. Per la serie "cornuti e mazziati". Insomma, con la shrinkflation continuiamo a pagare la stessa cifra per meno prodotto, quando ci va bene e non subiamo pure un rincaro.
Il fatto è che quando facciamo la spesa l'occhio ci cade subito sul prezzo, meno spesso sulla quantità del prodotto all'interno della confezione. Secondo il Codacons si tratterebbe di un grande problema reale, con gli aumenti occulti legati a questa pratica che possono variare mediamente tra il 10% e il 18%. In alcuni casi però si raggiungono percentuali ben superiori.
A questo punto una domanda può sorgere spontanea: perché i produttori mettono in atto la shrinkflation? Le aziende spesso giustificano la riduzione delle quantità con l'aumento dei costi di produzione, delle materie prime, dell'energia e dei trasporti. Insomma, invece di aumentare i prezzi diminuiscono i prodotti. Soprattutto le grandi aziende però di recente hanno visto aumentare fatturati e ricavi, quindi si potrebbe pensare a una precisa strategia per accrescere il profitto.
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Vediamo allora alcuni esempi pratici di shrinkflation per comprendere al meglio questo sistema. Un esempio tipico è quello di una confezione di biscotti che - nel giro di qualche mese - passa da 400 a 350 grammi, mantenendo però lo stesso prezzo in etichetta e una scatola quasi identica nelle dimensioni. Allo stesso modo una confezione di caffè può ridursi da 250 a 225 grammi, oppure un pacco di pasta può passare da 500 a 450 grammi, con il prezzo al chilo che sale sensibilmente pur restando invariato quello sullo scaffale.
Il fenomeno però non riguarda solo gli alimenti, ma anche prodotti per l'igiene personale o per la casa. Così un flacone di shampoo può scendere da 300 a 250 millilitri, oppure una confezione di detersivo passa da 40 a 35 lavaggi. La logica è sempre la stessa. Spesso non ci accorgiamo di queste riduzioni, ma alla lunga questo ha conseguenze sul nostro portafoglio.

Dal punto di vista legale l'Italia ha introdotto le prime regole contro la shrinkflation con l'articolo 15-bis del Codice del Consumo inserito nella legge sulla concorrenza del 2024. Dopo diversi rinvii legati anche a una procedura di infrazione aperta dalla Commissione europea, la normativa definitiva è entrata in vigore il 15 luglio 2026. A differenza della versione iniziale che prevedeva l'obbligo di scrivere direttamente sulla confezione una dicitura sulla riduzione della quantità, il decreto attuale introduce un sistema di comunicazione lungo tutta la filiera commerciale.
In pratica quando un produttore riduce la quantità di un prodotto senza modificare il prezzo in modo proporzionale, deve trasmettere una comunicazione standardizzata ai distributori e ai rivenditori, che a loro volta rendono disponibili le informazioni ai consumatori nei punti vendita o online nei primi tre mesi. Tutto questo però sembrerebbe non essere sufficiente.
Per difendersi dalla shrinkflation il consiglio principale resta quello di controllare sempre il prezzo al chilo o al litro indicato sullo scaffale invece di fermarsi al solo prezzo della confezione. È utile anche confrontare la grammatura riportata in etichetta con quella degli acquisti precedenti, magari conservando lo scontrino o una foto della confezione. Infine - quando possibile - è consigliabile scegliere prodotti sfusi come frutta, verdura o pasta: questo rende impossibile l'applicazione della sgrammatura, in più è una scelta maggiormente sostenibile per l'ambiente.
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