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Ben prima che nelle Serie TV, il mondo è stato raccontato dagli uomini, e il punto di vista maschile, fin dai primi miti, ha imposto alle donne un modello di riferimento: pure, docili, mogli, madri. Le altre, quelle che non rientravano in questi canoni, venivano etichettate come ribelli, eterodosse a cui addossare la colpa del destino dell’umanità. Basta pensare alle storie di Elena di Troia o Eva.
Da qualche tempo, però, si è aperto uno spiraglio per una narrazione diversa, in cui le figure di streghe, cattive ragazze e femme fatale fanno parte della rappresentazione femminile e possono risultare più istruttive e ispiratrici rispetto ai modelli di donna costruiti dagli uomini nelle loro narrazioni.
Per dimostrare come oggi il modo di raccontare le donne sia cambiato, abbiamo analizzato cinque Serie TV che, con le loro storie, sfidano ogni stereotipo legato al comportamento femminile e ci presentano donne “normali”, in cui possiamo rispecchiarci. Donne che vediamo ogni giorno in metropolitana, in ufficio, tra le nostre amicizie o semplicemente guardandoci allo specchio.
Nel 2012, la giovanissima Lena Dunham scrisse e diresse Girls, una serie TV dai personaggi e dalle trame insolite. Composta da sei stagioni, la storia ruota attorno alle vicende quotidiane di un gruppo di amiche che vivono a New York: Hannah, Marnie, Jessa e Shoshanna. Girls è la prima serie TV a offrire una rappresentazione estetica adeguata a ragazze post-femministe, sessualmente emancipate, colte e lavorativamente precarie, appartenenti alla generazione nata negli anni Ottanta.
In una società in cui sentiamo sempre più forte il bisogno di sentirci speciali, empatici e sensibili, ecco che arriva una protagonista come Hannah. In un primo momento è difficile identificarsi in lei perché è egocentrica ed egoista, e lo spettatore non accetta di riconoscersi in tali tratti. Dunham ci sbatte in faccia la realtà, mostrandoci la parte di noi che non volevamo vedere o che non ci permettevano di essere.
In tutta la serie è difficile trovare un personaggio in cui rispecchiarsi, forse perché sappiamo bene di essere un po’ Hannah, Marnie, Adam, Jessa, Shoshanna, Ray ed Elijah. Girls mette in discussione tutti i ruoli, tanto la mascolinità quanto la femminilità patriarcale. Dobbiamo ringraziare Lena Dunham per aver mostrato la diversità dei corpi, devianti rispetto allo standard di Hollywood, spesso in situazioni in cui la nudità e il sesso diventano disturbanti.
In questo scenario di donne e Serie TV, al centro della storia c’è una protagonista incasinata che lavora a Londra in una caffetteria a tema porcellini d’India. Ha un passato difficile alle spalle e una vita completamente instabile: sua madre è morta di recente, la sua migliore amica si è suicidata, il marito di sua sorella è un uomo viscido che ci prova con lei, e il suo rapporto con il sesso è decisamente problematico. La Fleabag (sacco di pulci) di Waller-Bridge è una donna insolita, raccontata stavolta in chiave ironica, anche se con un umorismo piuttosto nero. È lei a prendere l’iniziativa nelle conquiste amorose, è l’amante e la nevrotica in cui ci rispecchiamo. È imperfetta, si sente sola e in preda ai sensi di colpa.
La sua principale caratteristica è quella di abbattere la tradizionale quarta parete, dialogando direttamente con gli spettatori e conducendoli per mano nella sua vita caotica.
Harlem è la risposta della regista Tracy Oliver a Girls e Sex and the City. Secondo lei, infatti, New York non è New York senza la presenza di donne nere, e in entrambe le serie questa rappresentanza è assente. Non è un caso, quindi, che abbia deciso di ambientare la storia di queste quattro amiche proprio nel quartiere black della Grande Mela: Harlem.
Le protagoniste di Harlem appartengono a quel filone narrativo che racconta come un gruppo di ragazze cerchi di farsi spazio in una grande città. Combattono ogni giorno con i loro sogni, che si scontrano con la realtà, e si pongono domande universali come: “Voglio avere dei figli?” o “Questo è davvero il lavoro che desidero?”.
Non è un caso che le quattro protagoniste di questa serie TV rappresentino modelli di donne in cui è facile riconoscersi. C’è Camille, voce narrante della serie, professoressa di antropologia della Columbia University alla ricerca di un amore stabile e sicurezze in più in ambito lavorativo; Tye è una sviluppatrice della prima app di incontri per donne queer di colore, interessata più al lavoro che all’amore. Poi c’è Quinn un’inguaribile romantica che con la sua attività da stilista cerca di rendersi adulta agli occhi della severa madre; e infine, Angie un’estrosa aspirante cantante che predilige rapporti occasionali senza alcun legame.
Infine, il punto di forza di Harlem sta nell’aver sdoganato il cliché della comunità afroamericana, solitamente rappresentata come povera. Le protagoniste sono donne affermate e benestanti ma il loro status sociale non gli impedisce di interessarsi alle questioni di natura razziale.
Dimenticate la storia dei Tudor così come la conoscete e immergetevi in un universo alternativo che riscrive la storia di Lady Jane Grey (regina d’Inghilterra per soli 9 giorni) con tinte fantasy, un linguaggio provocatorio quasi sboccato e una colonna sonora dei giorni d’oggi che poco ha a che fare con il tardo Rinascimento inglese.
Basata sull’omonimo romanzo, la serie tv è ambientata nel XVI secolo e ha come protagonista Jane Grey, giovane e ambiziosa donna appartenente a una nobile famiglia. Intelligente, ribelle e determinata a non sposarsi, Jane si discosta fortemente dall’ideale di donna di quell’epoca. Il suo desiderio è di guadagnarsi la propria indipendenza grazie alle sue abilità in medicina e alle sue conoscenze in erbe medicinali, ma presto il suo sogno si scontra con la realtà e con la severa madre che le impone un matrimonio combinato con Lord Guildford Dudley.
Tra lotte di potere a palazzo e caccia agli Etiani (persone che possono trasformarsi in animali), Jane deve affrontare il rapporto all’inizio burrascoso con il marito Guildford. Da attrazione-odio, il rapporto tra i due sposi diventa poi quello di complici: lei vuole il divorzio che lui le concederà a patto di liberarlo dalla maledizione Etiana, ma tra combattimenti, battibecchi e scene cult i due finiranno per innamorarsi. Ma ecco il bello di questa serie tv: in questa storia lei non è la dama in pericolo da salvare ma è l’eroina che salva lui, il suo amore.
Questo Sex and the City iberico rientra in quel filone narrativo di cui abbiamo parlato prima in Girls e Harlem, ovvero quattro amiche in una grande città. Se in un primo momento questa serie tv composta da 4 stagioni può sembrare un déjà vu, in realtà Valeria ci regala un ritratto generazionale fatto di traumi e insicurezze dei Millenial precari, iperconnessi e iper-ansiogeni, affetti da sindrome dell’impostore e in bilico sulle responsabilità dell’età adulta.
Non solo, ma ciò che colpisce in Valeria è la storia tra le quattro ragazze che più che essere un rapporto di amicizia è un rapporto d’amore.
Valeria, Lola, Carmen e Nerea litigano, si supportano e sopportano, si vogliono bene proprio come avviene nelle storie d’amore. Creano un cerchio di solidarietà femminile e di sorellanza, mostrando come l’energia delle donne è potente e ti consente di superare ogni difficoltà.
C’è un episodio in particolare che lo dimostra: in Fusione (seconda stagione, episodio 5), le 4 amiche dopo una serata passata insieme, tornato ognuna a casa loro: chi prende un taxi, chi va a piedi e chi aspetta l’autobus. Tutte e quattro vengono molestate verbalmente da degli uomini. Questa scena dura pochi minuti ma racchiude una situazione veritiera che almeno una volta nella vita è successa a tutte le donne. E poi, una volta a casa quel famoso messaggio mandato sulla chat delle amiche: “Sono arrivata a casa”.
Ribelli, sbagliate, imperfette ma sempre vere. È impossibile non identificarsi con queste donne: vogliamo la stessa libertà, desideriamo realizzare i nostri sogni, essere sessualmente appagate, affermate, vogliamo essere noi stesse, in ogni scelta e in ogni cosa che facciamo.
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