morbo k storia vera
La storia vera del morbo K - foto via Wikimedia Commons/Fabio Staffetta/Ufficio stampa RAI)

La vera storia che ha ispirato Morbo K

La straordinaria storia di Giovanni Borromeo, il medico che salvò centinaia di vite durante l’occupazione nazista
A cura di Letizia Rogolino
Articolo pubblicato il:
28 Gennaio 2026

In occasione del Giorno della Memoria, 27 gennaio, Rai1 ha trasmesso la miniserie Morbo K, ispirata a eventi reali accaduti durante l’occupazione nazista di Roma. Ma dietro la fiction si cela una storia straordinaria: quella del professor Giovanni Borromeo, il medico che inventò un virus inesistente per proteggere centinaia di ebrei dai rastrellamenti del 1943.

Nel cuore dell’occupazione tedesca a Roma, Borromeo e il collega ebreo Vittorio Emanuele Sacerdoti (1915-2005) idearono il “Morbo K”, una patologia fittizia e altamente contagiosa che avrebbe dovuto spaventare i nazisti e salvare i pazienti dagli arresti. La lettera “K” stava per Kappler, il tenente colonnello delle SS responsabile della sicurezza in città.

Questa invenzione non curava alcuna malattia reale, ma salvò vite, proteggendo chi era nascosto nel reparto speciale dell’ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina, e dimostrando quanto il coraggio e l’ingegno umano possano fronteggiare la barbarie.

Roma durante il rastrellamento degli ebrei

Dopo lo sbarco alleato in Sicilia il 10 luglio 1943, il regime fascista cade e il nuovo governo di Badoglio prende il potere. Con la resa dell’8 settembre, Roma passa sotto il controllo tedesco. Kappler impone agli ebrei della capitale di consegnare 50 kg d’oro entro 24 ore, pena la deportazione. In questo clima di terrore, l’ospedale Fatebenefratelli diventa un rifugio, grazie alla collaborazione di frati, medici e volontari, tra cui il priore polacco fra’ Maurizio Bialek, che aiutano Borromeo a salvare chi è perseguitato.

Morbo K fiction RAI
La fiction Morbo K - foto via Ufficio stampa RAI

Chi era Giovanni Borromeo

Borromeo, primario del Fatebenefratelli, era un uomo di profonda cultura umanistica e progressista. Figlio della tradizione cattolica liberale, si oppose fermamente a fascismo e comunismo. Per lui, aiutare gli ebrei era un dovere morale, così come assistere militari arrestati dai tedeschi.
Il figlio Pietro Borromeo, nel libro Il Giusto che inventò il morbo di K (2007), lo descrive come un uomo astuto, colto e determinato, capace di rischiare la vita pur di proteggere chi era perseguitato.

All’alba del 16 ottobre 1943, Kappler avvia il rastrellamento degli ebrei a Roma. Fuori dall’ospedale, 1022 persone vengono arrestate e deportate verso Auschwitz, di cui solo 16 faranno ritorno. Nel reparto speciale del Fatebenefratelli, i pazienti simulano malattie e sintomi del “Morbo K”: tosse, dolori lancinanti, rigetti. Le cartelle cliniche riportano nomi falsi e diagnosi inesistenti, proteggendo i perseguitati dagli occhi dei nazisti.

ghetto Roma
Il ghetto ebraico di Roma - foto via Shutterstock/Boris-B

Il ruolo fondamentale dei frati e di Adriano Ossicini

Il successo dell’operazione fu possibile anche grazie all’alleanza con i frati dell’Isola Tiberina e con l’allievo di Borromeo, Adriano Ossicini. La collaborazione tra medici, religiosi e civili permise di nascondere numerosi ebrei, fornendo loro assistenza medica e sicurezza. Come racconta fra’ Angel López: «Nessun ebreo contagiato per finta dal Morbo K si sarebbe salvato senza la complicità dei frati».

L’ospedale era a soli 200 metri dall’antico ghetto ebraico, un rischio enorme. Durante le ispezioni tedesche, Borromeo dimostrò sangue freddo e ingegno: parlava tedesco e inventava sul momento cause ed effetti della malattia inesistente, convincendo i nazisti a non approfondire i controlli. La strategia funzionò anche durante le successive ispezioni, proteggendo centinaia di vite e dimostrando l’importanza del coraggio, della conoscenza e della solidarietà.

Dopo la guerra, Borromeo continuò la sua carriera medica e divenne medico personale di Alcide De Gasperi. Ricevette numerosi riconoscimenti: la Croce al Merito dell’Ordine di Malta, la Medaglia d’Argento al Valore e, postumo nel 2005, il titolo di Giusto fra le Nazioni. Il suo gesto rimane un simbolo di coraggio e umanità, ricordando che “chi salva una vita salva il mondo intero

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Letizia Rogolino
Redattrice

Giornalista e copywriter, appassionata di cinema, serie TV e viaggi. Cinefila incallita e anima vagabonda, amo perdermi tra i road movie, il mare e le atmosfere degli anni '80. I dolci sono il mio comfort food, guidare mi rilassa, correre all’aria aperta mi rigenera. E quando posso, suono il banjo. Racconto storie, luoghi ed emozioni con la stessa curiosità con cui esploro il mondo.

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