Intervista a Chiara Becchimanzi
Intervista a Chiara Becchimanzi - foto via Ufficio stampa/Carlo Mogiani

Chiara Becchimanzi: "Saremmo diversi se i miti fossero stati scritti da donne?"

Intervista a Chiara Becchimanzi, in scena con lo spettacolo "Eroina": un'indagine ironica e spietata sulle narrazioni che abbiamo interiorizzato
A cura della Redazione
Articolo pubblicato il:
13 Aprile 2026

 

Chiara Becchimanzi a teatro con Eroina – non solo stand up comedy show. Cosa accadrebbe se la tela di Penelope, le pozioni di Circe o il filo di Arianna non fossero solo frammenti di un immaginario costruito da sguardi maschili, ma il racconto vivido di un’esperienza vissuta? E se quei "disastri filosofici" che chiamiamo miti fossero stati scritti, fin dal principio, dalle donne che ne sono protagoniste?

Da questo interrogativo bruciante e necessario nasce Eroina – non solo stand up comedy show, l’ultima sfida teatrale di Chiara Becchimanzi. Dopo il successo travolgente della sua "trilogia delle terapie", che ha collezionato sold out in tutta Italia, l'artista torna in scena con un format che sfida ogni etichetta: un mix esplosivo di stand up comedy, teatro di narrazione, burlesque e "conferenza buffa".

Lo spettacolo, che ha debuttato l'11 marzo al Teatro Martinitt di Milano per poi toccare le principali città italiane (da Roma a Torino, da Bologna a Cagliari), non è solo un esercizio di stile. È un gioco serio e spietato sulle narrazioni che abbiamo interiorizzato. Becchimanzi mette a nudo i propri "complessi ellenizzanti", rintracciando nelle eroine classiche i copioni emotivi che ancora oggi condizionano le nostre vite e le nostre relazioni. Le prossime date sono il  13 Aprile Roma (Sala Umberto), 15 Aprile Torino, 10 Maggio Bari, 11 Maggio Foligno, 29 Maggio Verona e 5 Giugno Cagliari.

Intervista a Chiara Becchimanzi

Attrice, autrice, voce di Radio 2 e volto fisso a DiMartedì su La7, Chiara Becchimanzi incarna una figura di artista poliedrica capace di parlare a una community di quasi 200.000 follower così come agli studenti delle scuole superiori, attraverso progetti di educazione sessuo-affettiva. Con Eroina, la scena diventa uno spazio politico e ironico dove riscrivere, ridendo, le storie che ci hanno insegnato a raccontare.

Abbiamo incontrato Chiara Becchimanzi per farci raccontare come si sopravvive agli archetipi millenari senza perdere il senso dell'umorismo.

Da cinefila, confesso che leggendo la tua biografia mi ha colpito l’incipit: “Nasco nel 1985. Quando è uscito “Ritorno al Futuro”. Per rompere il ghiaccio quindi volevo chiederti se ti piace il cinema oltre al teatro e se puoi dirmi 3 film che hanno segnato in qualche modo la tua vita.

Il cinema è una mia grande passione, oltre che un sogno: farlo sul serio è sicuramente nella mia lista, e chissà che il circolino prima o poi mi accolga! Per i 3 film che hanno segnato la mia vita torno decisamente all'infanzia.

Oltre alla saga di Ritorno al futuro (tra l'altro questo Natale ho visto il musical a Londra, e lo consiglio vivamente: è favoloso, e io urlavo come una groupie in mezzo ad adolescenti basiti dal mio entusiasmo) ti dico sicuramente Labyrinth, grazie al quale mi sono perdutamente innamorata di David Bowie e Forrest Gump. Da sola nel cinema con mio padre ho pianto tutte le mie lacrime accanto a lui, e lo ricordo come un momento assolutamente catartico. 

Chiara Becchimanzi Eroina
Chiara Becchimanzi a teatro con Eroina - foto via Ufficio stampa/Carlo Mogiani

In Eroina – non solo stand up comedy show parti da una domanda radicale: cosa cambierebbe se i miti fondativi fossero stati scritti da donne. Quando hai sentito per la prima volta l’urgenza di ribaltare questo immaginario?

Diciamo che innanzitutto ho sentito l'esigenza di indagare tutti i momenti della mia vita in cui mi sono comportata, mio malgrado, come un archetipo. Ho scoperto che sono tanti. La domanda è sorta spontanea: e se li avessero scritti altre persone, altre donne, sarei diversa? Quanto le narrazioni incidono sul nostro DNA culturale? La risposta, come scoprirete a teatro, non è così scontata. 

Il sottotitolo “non solo stand up comedy show” suggerisce una forma ibrida di spettacolo. Come hai costruito l’equilibrio tra teatro, comicità, burlesque e conferenza senza perdere coerenza narrativa?

Mantenendo l'autenticità: per quanto cambi genere e linguaggio, sul palco rimango sempre io, con tutte le mie contraddizioni e la mia attitudine ad annoiarmi facilmente: per questo, intendo ogni spettacolo come una partitura ritmica jazz.

In scena parli di “schemi, sindromi e complessi ellenizzanti” interiorizzati inconsapevolmente. Quanto c’è di personale?

Tutto! 

Alla fine dello spettacolo resta una domanda aperta: “se quei miti fossero stati scritti da donne, saremmo diversi?”. Tu, oggi, hai trovato una tua risposta, anche provvisoria?

Sì, ma come dicevo non la spoilero, perché non è quella che il pubblico si aspetta.

La tua formazione affonda nel teatro di Eduardo De Filippo e poi approda alla stand up comedy. Che cosa porti oggi di quella tradizione nella scrittura di uno spettacolo così contemporaneo?

La mia napoletanità non mi ha mai abbandonato, e meno male! L'eternità di Eduardo è irreplicabile, ma cerco, durante lo spettacolo, di trasformare il particolare in universale o collettivo, ed è questo, credo, l'aspetto della tradizione che più porto avanti. 

Chiara Becchimanzi femminista
foto via Ufficio stampa/Carlo Mogiani

Parallelamente alla tournée porti avanti “Rigenerazioni” nelle scuole. Che tipo di riscontro ricevi dalle nuove generazioni quando affronti temi come stereotipi di genere e narrazioni interiorizzate?

Sicuramente rilevo che gli stereotipi di genere sono ancora, purtroppo, molto attivi. La cosa meravigliosa è che, dopo aver riso, i ragazzi e le ragazze sono più disponibili alla condivisione: la risata apre porte chiuse o nascoste, e il riscontro è sempre commovente.

Sei artista, autrice, performer ma anche presenza televisiva e creator digitale. In che modo questi linguaggi influenzano la tua scrittura scenica, se lo fanno?

Io vivo l'arte come un atto politico; non partitico, ma politico nel senso etimologico del termine, come cosa che riguarda la città, la collettività. Tutte le mie attività confluiscono in quest'ottica: il palco raccoglie anche le mie esperienze digitali, televisive e radiofoniche, perché svelo meccanismi e soprattutto amplifico il mio manuale di femminismo per gente confusa, grazie all'analisi di Giancazzi e Gabriancelle.

Ho letto che vivi a Ostia e sei un po’ romana e un po’ napoletana. Quanto ti ispirano i luoghi (in cui vivi o che esplori per vacanza o lavoro) per scrivere o ideare la tua forma di arte? 

Ostia mi ha insegnato l'attivismo, Napoli il teatro, Latina, mia città natale, mi ha insegnato paradossalmente a utilizzare e superare il provincialismo, e Vulcano, luogo del cuore, a rimanere in contatto con i lati più oscuri e profondi di me. 

Le donne della storia che consideri tue “eroine”?

Tutte quelle che hanno trovato il modo di entrare o uscire dalla finestra quando le porte erano sbarrate.

Tornando al cinema per chiudere il cerchio, hai visto per caso Hamnet, il film candidato agli Oscar che porta in un certo senso il teatro di Shakespeare al cinema, ma proprio dal punto di vista femminile della moglie del celebre scrittore? Che ne pensi?

Purtroppo mi manca, recupererò.

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Redazione

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