Chiese con opere d'arte visitabili gratuitamente
Da Cimabue a Caravaggio, ecco dove vederle
Secoli e secoli di storia dell’arte ci hanno lasciato un patrimonio culturale ampio e di grande valore, ma ci sono alcuni dipinti da vedere assolutamente almeno una volta nella vita. Si tratta di opere che hanno cambiato la direzione dell’arte, per i motivi più disparati, contestualizzati all’epoca storica di riferimento, e che hanno rappresentato uno spartiacque rispetto a tutto quello che è stato fatto in precedenza. Troverete anche dei dipinti non molto famosi, ma che raccontano alla perfezione un’epoca storico-artistica o le innovazioni di un artista rivoluzionario: non saranno mainstream come i Girasoli di Van Gogh, ma sono fortemente descrittivi, oltre che belli. Ecco qui, quindi, la lista dei 10 dipinti da vedere almeno una volta nella vita!
Dove: Cappella degli Scrovegni - Padova
1303-1305
Quella di Giotto di Bondone è la prima grande rivoluzione artistica dell’età moderna. La Cappella degli Scrovegni, insieme ai cicli di affreschi francescani della Basilica Superiore e Inferiore di Assisi, è considerato il massimo capolavoro. Dal 2021 è Patrimonio UNESCO. Tra 1303 e 1305, all’alba del Rinascimento, Giotto affresca l’intera superficie della Cappella degli Scrovegni, intitolata a Santa Maria della Carità. Il ciclo pittorico è incentrato sulle Storie della Salvezza, organizzato in ciclo di Storia della Vita della Vergine e di Cristo lungo le navate e l’arco trionfale, mentre nelle pareti maggiori sono rappresentati i Vizi e le Virtù e il Giudizio Universale nella controfacciata, come chiusura del cerchio. Questi affreschi rappresentano un importante cambio di paradigma in quanto si inizia già a vedere, in nuce, la rappresentazione prospettica dello spazio: i corpi, gli oggetti, gli ambienti prendono consistenza e tridimensionalità. La raffigurazione dell’essere umano diventa reale, c’è emozione delle cose vive: negli occhi, nei gesti, nel contatto.
Dove: Pinacoteca di Brera - Milano
1504
Tra i dipinti da vedere, Lo sposalizio della Vergine di Raffaello Sanzio è il più armonico. Opera pienamente rinascimentale, è un olio su tela commissionato Lodovico Albizzini per la Chiesa di San Francesco a Città di Castello. È la dimostrazione che l’aemulatio latina apporta un valore aggiunto all’opera d’arte. Il confronto con lo Sposalizio della Vergine di Pietro Perugino nel 1488 è molto semplice e diretto. Nel primo Rinascimento, è proprio il Perugino l’artista più famoso, quello da emulare. Quello dello sposalizio è un topos ormai stabile, ma Perugino e Raffaello ribaltano il canone, spostando l’evento dagli interni del Tempio di Gerusalemme all’esterno, alla piazza, ampliando il significato complessivo dell’opera. Raffaello ha fatto propria la novità del Perugino, adattandola al proprio stile: armonico, delicato, quasi fiabesco. Ricco di dettagli e drappeggi, Lo Sposalizio della Vergine è un’opera sentimentale, in cui l’empatia diventa immedesimazione.
Dove: Cappella Sistina - Città del Vaticano
1508-1512
Prima di Michelangelo, la volta della Cappella Sistina era un tappeto di stelle, realizzato da Piermatteo d’Amelia. Nel 1508 papa Giulio II, ascrivendo l’iniziativa nel più ampio progetto temporale di un Vaticano mecenate, incarica Michelangelo Buonarroti di affrescare nuovamente la volta: 680 metri quadrati di struttura. In solo quattro anni, il genio del Rinascimento porta a termine questo lavoro immane, lasciandoci la sua più grande eredità, a cui poi aggiungerà il Giudizio Universale nella parete dietro l’altare, tra 1536 e 1541. In questa volta, così ricca di dettagli da dare le vertigini, trova spazio una struttura complessa di iconografie e intrecci narrativi a sfondo biblico. Tra episodi della Genesi, scene tratte dal Libro dei Re, Antenati di Cristo, Profeti e Sibille e raffigurazioni della salvazione del popolo d’Israele, Michelangelo ha portato a compimento un’opera eccezionalmente densa, magistralmente realizzata. Oggi la Cappella Sistina è visitabile insieme ai Musei Vaticani.
Dove: Musée d’Orsay - Parigi
1862-63
Colazione sull’erba è un dipinto da vedere per la sua portata storica: segna l’inizio della corrente impressionista. Manet propone quest’olio su tela al Salon parigino del 1863, ma viene rifiutata. Con il beneplacito di Napoleone III, viene autorizzata una contro-esposizione, il Salon des Refusés, in cui trova spazio anche Colazione sull’erba. L’opera in questione diviene una vera e propria fonte di scandalo per il pubblico dell’epoca, sia per lo stile rivoluzionario che per l’impianto narrativo. L’ispirazione è il canone rinascimentale di Tiziano e Raffaello, ma Manet sconvolge tutto. Nel contesto di una colazione borghese al parco, una donna completamente nuda e disinibita si trova a chiacchierare con degli uomini vestiti e guarda direttamente verso lo spettatore, frantumando la parete del distacco emotivo. Si tratta del primo nudo realistico e non mitologico della storia dell’arte. Al contempo, a livello stilistico, Manet viola ogni convenzione artistica, abbandonando le classiche sfumature del canone e dipingendo per contrasti e macchie di colori: macchie che diventeranno una delle caratteristiche cardine dell’Impressionismo.
Dove: National Gallery - Washington
1875
Per l’exploit dell’impressionismo si deve aspettare l’avvento di Claude Monet che, con la sua opera Impression, soleil levant detta l’intera linea stilistica e il nome stesso della corrente artistica. Tra le opere cardine di Monet c’è anche La passeggiata, emblema della delicatezza della pittura impressionista. In questa opera l’artista cattura un momento di quotidianità madre-figlio e da una semplice passeggiata in campagna nasce un capolavoro. Protagonista di questa scena bucolica è la stessa famiglia di Monet: la moglie Camille e il figlio Jean. Le pennellate leggere, rapide e vibranti trasmettono un forte senso di familiarità e armonia. C’è uno studio magistrale delle luci e delle ombre, al punto da essere proprio il loro equilibrio a caratterizzare la potenza sentimentale dell’opera. Ogni dettaglio del dipinto evoca il movimento, dagli accessori di Camille che seguono il soffio del vento alla direzione contraria delle nuvole: a essere centrale non è il soggetto, ma il movimento stesso e il modo in cui l’artista lo rappresenta attraverso i giochi di luci.
Dove: Metropolitan Museum of Art - New York
1889
Nonostante i dipinti più amati di Van Gogh siano Notte stellata e Autoritratto, è Campo di grano con cipressi a raccontare la poetica di questo artista e quindi quello da vedere assolutamente. In questo momento di vita, che rappresenta il culmine della creatività e della produzione vangoghiana, il suo stile è caratterizzato da pennellate materiche, ampie e circolari, quasi come se fossero dei vortici: gli stessi vortici che si ritrovano in Notte Stellata. A essere raffigurata, però, è un immagine diurna: un campo di spighe dorate mosso dal vento, sullo sfondo di un cielo dalle nuvole soffici. Si tratta di una delle opere realizzate durante il suo ultimo anno di vita e contiene tutta l’intensità - emotiva e cromatica - di questo periodo e in Campo di grano con cipressi anche le pennellate, dense e spesse, trasmettono questa intensità.
Dove: Österreichische Galerie Belvedere - Vienna
1907-1908
I baci sono uno dei topoi più apprezzati nei dipinti, ma tra quelli da vedere ce n’è sicuramente uno che fa impazzire tutti: Il bacio di Klimt. È l’emblema dell’amore romantico, dell’idillio dato dall’unione tra i corpi e le anime. Le decorazioni ornamentali, l’estetica dell’oro e le figure geometriche, tratti distintivi di Klimt, sembrano quasi abbracciare una coppia intenta al gesto più affettuoso che ci sia. Un uomo, mentre prende tra le mani il volto dell’amata, si accinge a premerle le labbra sulla guancia, in un bacio che raccoglie tutta la dolcezza e la delicatezza del mondo. Di fronte a questo dipinto di piccole dimensioni è impossibile non essere mossi dal sentimento, non sentire le lacrime che salgono agli occhi davanti a tanta armonia. L’espressione sul volto della donna è proprio rappresentativa, di questa armonia che regala l’amore corrisposto e puro. Tra eros e inconscio, simbolismi e realtà, Il bacio di Klimt racconta l’amore più potente.
1937
Tra i dipinti da vedere, questo racconta a pieno la presenza dell’inconscio e dell’interpretazione freudiana all’interno del processo artistico di Salvador Dalì. La giraffa in fiamme, infatti, non è al centro del dipinto, ma si trova in secondo piano, decentrata rispetto all’opera; a essere protagonista è una donna senza volto, che sembra disorientata, con il petto e la gamba sinistra pieni di cassetti aperti. Il corpo umano composto di cassetti è un'immagine che ricorre spesso nelle opere di Dalì, a rappresentare sia le fantasie allucinate del suo subconscio che il luogo recondito in cui tutti, dentro noi, nascondiamo la nostra essenza più inconscia, ma anche più vera. Anche le altre figure del dipinto - la giraffa in fiamme, la figura femminile infilzata da cunei e con in mano una stoffa rossa - rappresentano l'onirico e la sua inconsapevolezza: per capire Dalì, si deve partire proprio da qui. Non c’è Persistenza della memoria senza La giraffa in fiamme.
Dove: Museo Reina Sofia - Madrid
1937
Picasso, padre del movimento d'avanguardia del cubismo, scompone le figure in forme geometriche, distaccandosi dalla prospettiva realistica rinascimentale e rappresentando in contemporanea molteplici punti di vista. Guernica, di enormi dimensioni, nonostante lo stile tipicamente cubista, è un’opera fortemente caratterizzata per il suo realismo proprio perchè riporta su tela tutti i punti di vista di un evento atroce. Soggetto dell’opera è infatti la distruzione della città di Guernica, simbolo della cultura basca e completamente distrutta da un bombardamento durante la Guerra Civile Spagnola dai franchisti. Da Guernica, traspare tutto il dolore di un popolo. È un dipinto costruito sulla scala del grigio, che racconta la sofferenza anche attraverso la palette di colori, oltre che attraverso le figure e le simbologie presenti. Così grande, così duro, così reale da sconvolgere qualsiasi stomaco, anche il più forte.
Dove: Peggy Guggenheim Collection - Venezia
1953-54
L’ultimo dei dipinti da vedere, ma solo per ragioni cronologiche, è L’impero delle luci di Magritte. Ne esistono varie versioni, ma questa è senz’ombra di dubbio quella in cui il contrasto emerge più profondamente. L’impianto narrativo consiste nella semplice veduta di una casa dall’esterno, ma c’è molto di più. Rappresenta alla perfezione l’idea di surrealismo verista che ha questo artista, perchè in una parte della scena è notte, nell’altra è pieno giorno. Magritte viola completamente le regole della realtà. Sembra quasi che, ossimoricamente, la luce e il buio, la leggerezza e la pesantezza dialoghino, nella costruzione di un discorso ontologico sulla sintesi tra gli opposti. La chiarezza, simboleggiata dalla luce, diventa misteriosa, mentre il buio, che al contrario è raffigurazione del disagio, sembra quasi trasmettere la tranquillità, tipica delle mura domestiche e del conosciuto. Un vero e proprio ossimoro esistenziale, che in Magritte coincide proprio con il raggiungimento della massima consapevolezza artistica.