Chagall e Maria Lai in mostra a Ulassai, in Sardegna
Una mostra di oltre 70 opere che unisce l'universo onirico del pittore bielorusso e la grammatica tessile dell'artista sarda

Ci sono gesti che portano in sé il peso e la poesia di millenni. Movimenti lenti, cadenzati, quasi ipnotici, che per secoli sono stati affidati alle mani silenziose delle donne tra le mura domestiche. La filatura è uno di questi: un atto ancestrale capace di trasformare la materia grezza in linea, ordine e protezione, tenendo letteralmente insieme l'economia, i saperi e la continuità di intere comunità. Nel mondo classico, questo rituale manuale governava il destino stesso dell'uomo attraverso il mito delle Moire; oggi, quella stessa dimensione archetipica e antropologica riprende vita in chiave contemporanea nel cuore del salernitano.
Dal 1° giugno 2026, la piazza centrale di San Cipriano Picentino (SA) si è trasformata in un palcoscenico di identità collettiva grazie a Filare il Tempo. Il progetto d'arte pubblica – promosso dal Comune e nato da un concept di Immerso in collaborazione con Yourban 2030 – celebra la storica tradizione tessile e pastorale del territorio, legata alla lavorazione della lana.
Ma non si tratta di una semplice operazione nostalgia. Filare il Tempo è un'esperienza multi-linguaggio che unisce la monumentalità della scultura alla fluidità del digitale: accanto all'opera fisica, infatti, un'esperienza interattiva in Realtà Aumentata (attivabile via QR code) permette al pubblico – e in particolare alla Gen Z – di interagire con la piazza, trasformando la memoria locale in un linguaggio accessibile e partecipato.
Il fulcro visivo e concettuale di questa rigenerazione urbana è un imponente fuso di due metri in marmo di Carrara di recupero, sulla cui superficie si posano leggere farfalle scolpite. Un'opera permanente che usa la pietra per raccontare la continuità del tempo e la metamorfosi del cambiamento. Per addentrarci tra le venature di questo lavoro, capire come la scultura possa farsi custode di un'archeologia dei gesti e scoprire il dialogo tra la staticità del marmo e l'immaterialità del digitale, abbiamo intervistato l'autrice dell'opera, l'artista Silvia Scaringella.

La filatura è storicamente un gesto legato alla cura e al lavoro delle donne. In che modo hai tradotto questa memoria intima e domestica in un'opera monumentale destinata a una piazza pubblica?
Trasformare un gesto intimo e domestico in un’opera monumentale ha significato per me elevare il lavoro femminile a pilastro dell'identità collettiva. Il fuso diventa un archetipo attorno al quale la comunità si ritrova: ho scelto la solidità perenne del marmo di Carrara per dare dignità e visibilità a un sapere antico, rendendo il gesto del ‘filare', solitamente confinato nell'invisibilità del privato, un punto di riferimento visivo e poetico, da cui emerge un tema per me importante, quello della relazione. In questo modo, l'opera non celebra solo la memoria del passato, ma la proietta nello spazio pubblico, trasformando una pratica silenziosa in un segno condiviso di cura e continuità alla cui base c’è la relazione.
Per la scultura hai scelto il marmo di Carrara recuperato. Come si concilia la durezza di questa pietra eterna con l'evocazione della morbidezza della lana e dello scorrere del tempo?
La scelta del marmo di Carrara, pur nella sua durezza, è funzionale proprio a raccontare la memoria. Volevo che il tempo venisse 'fermato' in una forma eterna per poterlo poi intrecciare con la fragilità del vissuto. Il contrasto è il cuore dell'opera: la pietra solida accoglie la morbidezza del filo che l'avvolge, creando un dialogo dove il marmo dona durata al gesto ancestrale della lana. Le farfalle che si posano sulla superficie, invece, rompono la fissità della materia, evocando il movimento e la metamorfosi: in questo modo, la durezza della pietra non si oppone alla morbidezza, ma diventa il supporto necessario affinché la narrazione della filatura, che è per sua natura mutevole e in divenire, possa resistere al tempo e restare impressa nella collettività.

Nell'opera, i fili richiamano la continuità della tradizione, mentre le farfalle evocano la metamorfosi. Come hai fatto dialogare visivamente questi due concetti così opposti?
Per far dialogare continuità e metamorfosi, ho lavorato sul contrasto tra linearità e volo. Il filo bianco avvolge il fuso con una regolarità che richiama la costanza del gesto antico e il legame solido tra le generazioni. È la linea del tempo che si fa memoria. Le farfalle, invece, rompono questa linearità posandosi sulla superficie del marmo. Rappresentano il momento del 'salto', il cambiamento necessario affinché la tradizione non resti un reperto statico, ma continui a vivere e trasformarsi. Visivamente, il filo trattiene e unisce. Mentre le farfalle elevano e liberano, creando un equilibrio poetico dove il passato non è un peso, ma la base solida da cui spicca il volo il futuro (la metamorfosi).
Il progetto richiama il mito delle Moire, che governavano il destino filando il tempo. Come speri che i cittadini di San Cipriano Picentino interagiscano oggi con questo simbolo arcaico nella loro routine?
Il mito delle Moire ci insegna che il destino non è un evento astratto, ma un atto creativo, un filo che intrecciamo giorno dopo giorno. La mia speranza è che i cittadini di San Cipriano Picentino non guardino a quest'opera come a un monumento celebrativo lontano, ma come a uno specchio della loro routine. Ogni volta che passano per la piazza, spero che il fuso ricordi loro che sono essi stessi 'filatori' della propria comunità. La bellezza dell'interazione risiede proprio in questo: la realtà aumentata rende il simbolo arcaico tangibile e ludico, trasformando il mito in un gioco partecipativo.

Accanto all’opera c’è un’esperienza interattiva con la realtà aumentata. In che modo questa contaminazione tecnologica può aiutare le nuove generazioni a riscoprire una memoria antica?
La tecnologia, in questo progetto, non è un elemento decorativo ma un linguaggio di traduzione necessario. Spesso le nuove generazioni percepiscono la memoria antica come qualcosa di distante o statico. L'esperienza in realtà aumentata, visibile accanto all'opera abbatte questa barriera trasformando l'osservazione passiva in partecipazione attiva. Attraverso lo smartphone, il racconto della tradizione pastorale diventa un'esperienza ludica e immediata. Simile al linguaggio dei videogame. In questo modo, i ragazzi non si limitano ad ascoltare un racconto del passato, ma interagiscono con esso, riattivando fisicamente lo spazio della piazza. La tecnologia diventa così un ponte che rende la memoria 'viva' e accessibile.
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