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L’inquinamento derivante dai farmaci è un problema ambientale in costante crescita, e spesso sottovalutato. Tra le sostanze più diffuse e preoccupanti spicca l’ibuprofene, un principio attivo appartenente alla categoria degli antinfiammatori non steroidei (FANS), comunemente usato per alleviare dolore, infiammazione e febbre. Sebbene sia un farmaco sicuro ed efficace in ambito medico, il suo impatto sull’ambiente desta sempre maggiori preoccupazioni, fino a spingere la comunità scientifica a chiedersi se l'ibuprofene sia un pericolo per il mare e causa di inquinamento.
Con un consumo annuo che supera le 10.000 tonnellate a livello globale, l’ibuprofene è tra i medicinali più utilizzati al mondo, con una domanda in costante aumento. Tuttavia, dopo essere stato assunto, solo una parte della sostanza viene assorbita dall’organismo, mentre il resto viene espulso in maniera naturale. Questi residui finiscono inevitabilmente negli impianti di depurazione delle acque reflue, i quali, spesso, non sono adeguatamente attrezzati per eliminare del tutto tali composti chimici.
Di conseguenza, l’ibuprofene e altri farmaci simili si accumulano progressivamente in fiumi, mari e altri ambienti acquatici, rappresentando un pericolo per il mare. Gli organismi marini, già minacciati da cambiamenti climatici e inquinamento, sono esposti a concentrazioni di sostanze chimiche che possono influenzarne il metabolismo, lo sviluppo e i cicli riproduttivi, compromettendo l’equilibrio dell’intero habitat naturale.
Uno studio condotto dall’Università di Pisa, pubblicato sul Journal of Hazardous Materials, ha analizzato gli effetti dell'ibuprofene come possibile fonte di inquinamento del mare. Nello specifico, gli studi si sono concentrati su una pianta marina fondamentale per gli ecosistemi costieri del Mediterraneo: la "Cymodocea nodosa". Questa angiosperma acquatica, tipica delle "praterie sommerse", svolge un ruolo cruciale nella conservazione della biodiversità e nella stabilità degli habitat costieri. Le sue fitte distese agiscono come una barriera naturale, smorzando la forza delle onde e contribuendo a ridurre l’erosione del litorale, limitando così i danni causati dalle mareggiate.
Questo processo non solo aiuta a mantenere la conformazione naturale delle coste, ma offre anche protezione agli insediamenti umani e alle infrastrutture che dipendono dalla stabilità del territorio. Oltre a questi benefici, le praterie marine sono essenziali nel contrasto ai cambiamenti climatici grazie alla loro capacità di assorbire e trattenere grandi quantità di anidride carbonica (CO₂) dall’atmosfera. Questo fenomeno, noto come “carbonio blu”, le rende un elemento chiave nella lotta contro il riscaldamento globale.
Un ulteriore aspetto fondamentale riguarda la produzione di ossigeno e il miglioramento della qualità dell’acqua. Grazie alla fotosintesi, queste piante rilasciano ossigeno nell’ambiente marino, creando condizioni ottimali per la sopravvivenza di molte specie acquatiche. Inoltre, svolgono un'importante funzione di filtraggio e purificazione dell’acqua, trattenendo sedimenti e sostanze inquinanti che potrebbero compromettere la salute degli ecosistemi.
Le praterie marine rappresentano anche veri e propri hotspot di biodiversità, ovvero aree caratterizzate da un’eccezionale varietà di specie, molte delle quali non si trovano altrove. Tra le foglie della "Cymodocea nodosa" trovano rifugio pesci, crostacei e numerosi altri organismi, che utilizzano questi habitat come zone di riproduzione e crescita per i loro piccoli. Questo ruolo di protezione e supporto alla biodiversità risulta essenziale per il mantenimento delle catene alimentari marine e per garantire una pesca sostenibile, fondamentale per l’economia di molte comunità costiere.
Purtroppo, lo studio ha rivelato che l'ibuprofene, anche in concentrazioni relativamente basse, può avere effetti negativi significativi sulla salute della "Cymodocea nodosa", risultando perciò fonte di inquinamento per il mare e il suo ecosistema. I ricercatori hanno osservato un rallentamento nella crescita della pianta, alterazioni nei processi fotosintetici e una maggiore vulnerabilità agli stress ambientali. Queste conseguenze non si limitano alle praterie marine, ma si estendono all’intero ecosistema, mettendo in pericolo la biodiversità e compromettendo l’equilibrio ecologico.
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