Gli sport più praticati in Italia, quante sorprese in classifica
No, al primo posto non c'è quello che immaginate

C’è chi, leggendo l’Odissea di Omero, dove la Maga Circe le descrive a Ulisse come le muse del mare, che attirano pericolosamente i naviganti con il loro canto ammaliante, ne ha subito l’indubitabile fascino; poi c’è chi, guardando La Sirenetta, declinazione disneyana del mito, ha sognato almeno una volta da bambina di trasformarsi in una di loro (e chi mente). Oggi, immergersi in acqua e nuotare grazie alla spinta di una scenografica e prodigiosa coda da sirena è possibile, grazie a una disciplina che coniuga una – intensissima – attività fisica con le note da fiaba restituite al pubblico dal repertorio letterario e cinematografico: il mermaiding.
Nato nel 2004 nelle Filippine come forma di spettacolo, votato all’intrattenimento, il mermaiding è diventato un vero e proprio sport, riconosciuto ufficialmente nel 2020. Dai Paesi asiatici è approdato negli Stati Uniti, quindi in Francia, e poi in Italia, dove hanno visto la luce corsi e perfino accademie dedicate. Qui si insegna a nuotare grazie all’utilizzo di una guaina (personalizzabile, va da sé, con colori vivaci e paillettes cangianti) che avvolge il corpo dal bacino in giù e termina con una monopinna flessibile e resistente in cui si inseriscono i piedi. Le gambe fungono così da propulsore, ma restano unite come fossero una vera e propria pinna caudale. Tutti i muscoli inferiori sono coinvolti nei movimenti, la cui potenza è decisiva per guadagnare velocità subacquea, mentre la schiena è al riparo da sforzi eccessivi. Nel mermaiding l’attrezzatura non è solo questione di immedesimazione nell’alter ego acquatico: in una sessione di un’ora si bruciano più di 800 calorie (chi sirena vuole apparire…) e la qualità dei tessuti della monopinna è la chiave per la fluidità e il dinamismo degli spostamenti.

Oltre ad attivare l’intera catena muscolare e scheletrica inferiore, da cui consegue la tonicità delle gambe, dei dorsali e dell’area lombosacrale, il mermaiding influisce positivamente sulla mobilità complessiva del corpo, incluse caviglie, polsi e spalle, ma anche sulla coordinazione, data dalla necessità di sincronizzare i movimenti con il respiro. Il rapporto con l’acqua è il punto di partenza: le aspiranti Ariel moderne (o tritoni) dovranno immergersi con gli occhi aperti e rimanere in apnea, il che richiede una buona acquaticità, ma anche – ed è l’elemento imprescindibile – il desiderio di abbracciare l’archetipo della sirena, ossia la figura che per antonomasia si cala negli abissi, e quindi, traslando, nell’inconscio. Si tratta di un percorso che si articola di pari passo con l’apprendimento delle tecniche: la pratica, infatti, si svolge prima in superficie, poi, per vocazione intrinseca, diventa subacquea, fino a 3 o 4 metri di profondità (che aumentano nel caso dell’Ocean Mermaiding, dedicato agli esperti). A questo livello, nel silenzio assoluto, con il battito cardiaco come unico suono percepibile, si entra in connessione con se stessi, si riscoprono consapevolezza e autostima e, tramite il gioco – che resta la componente motrice –, la voglia, spesso accantonata, di sognare. Il risultato è un’armonia psicofisica, che resiste fuori dall’acqua. Insomma, sulla terraferma la magia non svanisce. Anche senza coda.