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L'inconfondibile carisma di George Clooney ha illuminato il Lido di Venezia per uno degli appuntamenti più attesi della 83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica. Nel corso dell'esclusiva masterclass tenutasi il 3 settembre, il neo premiato con il Leone d'Oro alla carriera ha ripercorso i suoi esordi, ricordando le sue radici ben lontane dai riflettori della California. Con la sua consueta umiltà, l'attore e regista ha raccontato i primi passi nel mondo dello spettacolo. E le incertezze di una giovinezza vissuta rincorrendo un sogno.
«Mio padre faceva il tg in tv, non aveva esperienza con il cinema. Io ho iniziato a fare l’attore a 23 anni, non ero molto giovane». L'ispirazione per tentare la strada dello spettacolo arrivò in modo del tutto inaspettato, rompendo con la routine quotidiana: «Sono cresciuto in una fattoria in Kentucky e tagliavamo tabacco per 3 dollari l’ora. Un giorno mio cugino attore venne da noi per girare un film con i cavalli, non lo conoscevo bene ma mi disse di andare con lui a Hollywood per fare l’attore e con una macchina tutta rotta sono andato. Ho dormito sul pavimento di un amico per due anni e andavo a fare provini in bici. Ero molto povero ma era anche eccitante».
Questa fame iniziale ha plasmato la sua visione del mestiere e della vita, spingendolo ad affrontare ogni ostacolo con determinazione. «La parte divertente quando sei giovane è che c’è un mondo di possibilità di fronte. Potrebbe andare male ma anche bene, inseguire i propri sogni è sempre una cosa da fare. Bisogna provare, anche se poi non funziona, perché serve anche fortuna e non solo talento».

La vera svolta nella carriera di Clooney arriva negli anni Novanta. Nonostante la grandissima visibilità ottenuta con il ruolo del dottor Doug Ross nella serie cult E.R. - Medici in prima linea, l'approdo al grande schermo registrò inizialmente qualche battuta d'arresto con progetti commerciali poco fortunati, tra cui Batman & Robin. L'incontro decisivo, capace di cambiare per sempre il suo approccio alla recitazione e alla regia, fu quello con Steven Soderbergh per il film Out of Sight.
«Stavo facendo E.R. e i film che ho fatto non hanno fatto molto successo come Batman e Robin, quando mi è arrivata la sceneggiatura di Soderbergh che aveva bisogno di lavorare. Da lì in poi siamo stati partner per 10 anni. Lo storytelling e la sua visione da regista mi ha fatto imparare che si deve girare la storia che si vuole raccontare. Non è solo questione di montaggio. Si deve dare un proprio punto di vista». La sinergia artistica con Soderbergh resta la pietra angolare della sua evoluzione artistica: «La collaborazione più importante come regista e attore, niente sarebbe successo senza lui".
L'assenza di un successo immediato e travolgente al cinema si è rivelata, paradossalmente, la sua fortuna più grande. Lasciandogli il tempo di esplorare ambiti narrativi differenti, senza rimanere ingabbiato in un unico stereotipo. «Sono molto fortunato perché ho fatto anche dei film che non sono stati successi incredibili e quindi non vieni etichettato come un attore di film d’azione. Questo mi ha permesso di sperimentare... commedie, film romantici, è stato un bene di non aver goduto di un successo enorme all’inizio».

L'enorme popolarità globale ha finito per trasformare George Clooney in un nome-garanzia, capace di ottenere la luce verde per la produzione di un progetto cinematografico. «Dopo E.R. è diventato chiaro che un film potesse essere fatto con il mio nome. Quando legano il tuo nome a un film è un punto di svolta che non dura per sempre ma è bello». Tuttavia, nel definirsi rispetto ai cineasti con cui ha lavorato, Clooney mantiene uno sguardo chiaro sulle gerarchie del set: «Il regista è un pittore e un attore è il riflesso delle decisioni del regista».
Il suo esordio dietro la macchina da presa ha portato a capolavori del cinema civile come Good Night, and Good Luck, presentato proprio in Laguna anni fa e ricordato con affetto durante la lezione. Il film sul giornalista Edward R. Murrow affrontava direttamente i tempi bui del maccartismo: «Un film in bianco e nero Good Night, and Good Luck lo abbiamo girato in 14 giorni e tutti gli attori erano molto coinvolti, ci siamo sentiti molto orgogliosi di farlo. Io avevo usato il mutuo di casa mia per produrlo».
La memoria della prima proiezione al Lido rimane un ricordo indelebile e ricco di emozione: «La prima è stata qui a Venezia, la proiezione è iniziata e tutti gridavano e non capivo perché. Poi ho visto che il film non era iniziato e ci sono voluti 20 minuti per farlo partire, però poi quando è ripreso tutto è diventato speciale». Con la stessa passione per le tematiche sociali ha poi firmato Le idi di marzo: «Sono cresciuto liberale in Kentucky e, se lo conoscete sapete che non ci sono liberali lì. Non si vuole vedere un film dove le persone parlano solo delle cose che vogliono dire. Ho pensato che questo fosse il modo giusto per parlare della pena di morte, c’erano attori incredibili e ci hanno aiutato a fare un film eccezionale».

Interrogato sulle sue tecniche recitative, Clooney ha spiegato di non amare particolarmente i lunghi periodi di preparazione o le prove estenuanti, preferendo adattarsi con flessibilità alle esigenze specifiche dei vari registi, dai fratelli Coen ad Alexander Payne. «Ci sono molti attori che lo fanno e provano molto, ma io lavoro come mi richiedono i registi. Se vogliono una cosa la faccio, con i fratelli Coen, Payne, loro non fanno le prove ma le cose cambiano in scena. Non sono un fan delle scene provate, ci sono attori che devono vivere il personaggio per un anno, altri leggono una pagina e sono pronti».
Di fronte ai paragoni illustri con le leggende della vecchia Hollywood come Cary Grant o Gregory Peck, Clooney risponde con umiltà e deferenza. «Prima di tutto non credo sia giusto per loro avermi come paragone, io sono stato un grande amico di Peck e Paul Newman, due attori tra i migliori di tutti i tempi per me e avevano un’umanità che vorrei potervi spiegare».
La sua sfolgorante carriera, sostiene, è stata segnata da scelte coraggiose e dall'intuizione di cogliere le giuste occasioni al momento opportuno. A partire dall'audizione che ha cambiato tutto: «Mi avevano dato un episodio pilota di un’altra serie ma poi mi è capitato E.R. e sapevo che Spielberg era a produrre e Crichton lo aveva scritto. Così, anche se il mio personaggio aveva solo 3 scene ho rifiutato l'altro ruolo e ho fatto E.R. Ho avuto fortuna, ero un pediatra e mi prendevo cura dei bambini. Nella prima scena sono ubriaco, nella seconda ci provo con le infermiere e nella terza scena curo un bambino con bruciature di sigaretta. Mi davano semaforo verde e grazie a quello ho avuto fortuna. Ho combattuto per ottenerlo».
In conclusione, la stella hollywoodiana ha offerto al pubblico della masterclass la sua regola d'oro sul valore delle storie e della scrittura cinematografica. «Non si può fare un bel film se la sceneggiatura è terribile, ma non il contrario».
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