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Filari che si arrampicano sulle colline fino a sfiorare la Slovenia, anfore d'argilla interrate come in un rito antico, rami di frasca appesi agli incroci a segnalare che, da qualche parte, una cantina ha aperto le porte: il Friuli Venezia Giulia è una regione che si beve prima ancora di visitarla. Terra di confine – e di confini spostati più volte dalla storia –, crocevia di culture latine, slave e germaniche, ha trasformato questa natura plurale in un patrimonio enologico tra i più rispettati d'Italia, celebre soprattutto (ma non soltanto) per i suoi bianchi. A raccontarlo è la Strada del Vino e dei Sapori, il circuito promosso dalla Regione che riunisce cantine, osterie, agriturismi e produttori lungo sei itinerari, dalla montagna alla riviera. Vediamo allora, tappa dopo tappa, come percorrere le strade del vino del Friuli Venezia Giulia, tra calici, sapori e storie di frontiera.

Si comincia da est, dal Collio, una manciata di colline in provincia di Gorizia che prosegue senza soluzione di continuità oltre il confine, nella Brda slovena. Qui il vitigno simbolo è la Ribolla gialla, e il borgo da segnare in agenda è Oslavia, minuscola frazione diventata, di fatto, la capitale italiana dei vini macerati. Merito, in buona parte, di Joško Gravner: dopo la grandinata del 1996 iniziò a lasciare a lungo il mosto a contatto con le bucce, e nel 2000 tornò da un viaggio in Georgia con la sua prima qvevri, l'anfora d'argilla che da allora interra in cantina per vinificare i suoi bianchi. Il risultato sono vini color ambra, profondi e tannici, che hanno diviso la critica prima di conquistarla. Prenotate per tempo le visite – molte aziende ricevono solo su appuntamento – e concedetevi una passeggiata a Gorizia, che nel 2025 ha condiviso con Nova Gorica il titolo di Capitale europea della Cultura.

Proseguendo verso nord si entra nei Colli Orientali del Friuli, dove la viticoltura ha radici monastiche. All'Abbazia di Rosazzo, complesso benedettino d'origine altomedievale affacciato sulle vigne, si conserva una cantina di affinamento del XIII secolo, considerata la più antica della regione ancora esistente; dal belvedere, nelle giornate limpide, lo sguardo corre dalla Slovenia fino all'Adriatico. La zona vanta ben tre delle docg regionali: il Rosazzo, il Picolit, vino dolce raro e prezioso, e il Ramandolo, ottenuto da uve Verduzzo sulle colline di Nimis e promosso a docg nel 2001. Da qui a Cividale del Friuli, patrimonio UNESCO per le testimonianze longobarde, il passo è breve: una sosta tra il Tempietto longobardo e il Ponte del Diavolo è d'obbligo, magari accompagnata da una fetta di gubana, il dolce a spirale di frutta secca tipico delle Valli del Natisone.
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Tutt'altro paesaggio sull'altipiano del Carso, alle spalle di Trieste: pietra calcarea, terra rossa, vigneti strappati alla roccia e battuti dalla bora. I vitigni autoctoni sono la bianca Vitovska e il rosso Terrano, dal carattere spigoloso e dall'acidità vivace (inutile cercare morbidezze da cartolina). Ma il Carso si capisce davvero entrando in un'osmiza. Si racconta che la tradizione risalga addirittura a Carlo Magno – e le fonti, va da sé, sono tutt'altro che concordi –; di certo c'è un decreto del 1784 con cui l'imperatore Giuseppe II d'Asburgo concesse ai contadini di vendere direttamente vino e prodotti di casa senza tasse per otto giorni all'anno. Da osem, "otto", deriva il nome. Oggi le osmize aprono a rotazione e si riconoscono ancora dalla frasca, un ramo appeso agli incroci che indica la strada: dentro si trovano uova sode, salumi, formaggi, pane casereccio e vino della casa, serviti senza fronzoli, spesso su un tavolo all'aperto. Un consiglio: controllate prima le aperture sul sito dedicato, perché il calendario cambia di settimana in settimana.

Per gli amanti dei sapori il viaggio non può fermarsi alle cantine. Sulle colline moreniche di San Daniele del Friuli, dove l'aria che scende dalle Alpi incontra quella dell'Adriatico, stagiona il Prosciutto di San Daniele DOP, riconoscibile dalla tipica forma a chitarra che conserva lo zampetto. Le aziende accolgono i visitatori per raccontare una lavorazione affidata a pochi ingredienti – cosce di suino e sale marino, nient'altro – e a molto tempo. Poco più a nord, verso la montagna, regna il formaggio Montasio DOP, protagonista del frico, una sorta di tortino di formaggio e patate dorato in padella che, a ben guardare, riassume la cucina friulana: povera nelle origini, generosa nel risultato. Nella pianura, invece, si stendono i vigneti delle Grave, la denominazione più estesa della regione, ideale per chi preferisce pedalare tra i filari.
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L'ultima tappa porta verso il mare, dove la storia del vino friulano affonda le radici più profonde. Aquileia, fondata dai Romani nel 181 a.C. e oggi patrimonio UNESCO, fu uno dei grandi porti dell'Impero e un crocevia di commerci, anfore vinarie comprese. Dopo una visita alla basilica e ai suoi straordinari mosaici pavimentali, si prosegue tra le vigne della doc Friuli Aquileia fino alla laguna di Grado, dove il pesce (e un calice di bianco fresco) chiude la giornata. Il weekend a Trieste o una gita a Grado completano il quadro per chi ha qualche giorno in più.
Ogni stagione ha i suoi motivi, ma l'autunno è forse il momento più suggestivo per goder appieno delle strade del vino nel Friuli Venezia Giulia: le vigne si tingono di rosso e oro, la vendemmia lascia il posto ai primi assaggi e le cantine ritrovano un ritmo più raccolto. La primavera, invece, coincide con la ripresa delle osmize e con le prime giornate all'aria aperta. In ogni caso, per orari, aperture e degustazioni conviene affidarsi al portale ufficiale di PromoTurismoFVG, dove è possibile scaricare la guida della Strada del Vino e dei Sapori.
Insomma, tra un calice di Ribolla e una fetta di prosciutto, il Friuli Venezia Giulia – di confine in confine – è servito.
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