Giorgia Palmucci in La figlia del bosco
Courtesy of Gargiulo&Polici Communication

La figlia del bosco, l’horror ambientalista di Mattia Riccio

Intervista al regista al suo debutto nel lungometraggio
A cura di Ilaria Del Bono
Articolo pubblicato il:
3 Aprile 2025

Al termine di una battuta di caccia in un bosco sconosciuto, Bruno, un cacciatore esperto, perde l’orientamento e non riesce a ritrovare la via del ritorno. Con il calar della notte, un canto inquietante lo attira verso una casa nascosta tra gli alberi, dando inizio a un incubo senza via di fuga. Questo è l'incipit de La figlia del bosco, il film horror d’esordio di Mattia Riccio, che sarà disponibile dal 7 aprile su Prime Video e Tim Vision. Prodotto da Vinians Production e distribuito da Minerva Pictures, il film mescola con sapienza i tòpos del cinema di genere, aggiungendo una forte componente ambientalista, e racconta una fiaba nera in cui la natura si fa giudice, punendo chi non la rispetta.

Noi di KuriUland abbiamo avuto l’opportunità di vedere il film in anteprima e di fare due chiacchiere con il regista, Mattia Riccio, che ci ha raccontato di questo suo affascinante debutto.

Il regista Mattia Riccio
Courtesy of Gargiulo&Polici Communication

Come e dove nasce l’idea de La figlia del bosco?

La figlia del bosco, pur utilizzando l'immaginario tipico del genere horror/psicologico, nasconde una chiara denuncia di natura ambientalista, mettendo in discussione l'atteggiamento umano nei confronti della natura, accusato di essere sempre più profanatorio e irrispettoso. L’idea centrale era quella di trattare un tema sociale cruciale come la tutela ambientale, ma attraverso il filtro del genere horror, che è quello più popolare e coinvolgente, soprattutto tra i giovani. Il genere diventa quindi una chiave di lettura che permette di trattare il tema dell'ambiente in maniera interessante e accessibile.
In effetti, il film attinge anche a suggestioni provenienti dai videogiochi e dai racconti fantasy, dando vita a una fusione di generi che contribuiscono a costruire una narrazione che stimola diversi livelli di lettura, pur mantenendo il tema ambientalista come fulcro.

La figlia del bosco
Clicca sull'immagine per vedere il trailer

Da Pollicino a Hansel e Gretel, l’idea del bosco in cui è facile perdersi è alla base di alcune delle fiabe più universalmente conosciute. Che peso ha avuto questo tipo di tradizione nella genesi del film, che a conti fatti, si presenta come una fiaba nera?

Il richiamo alla fiaba è evidente, soprattutto quando consideriamo la figura del cacciatore, un personaggio ricorrente nelle storie fiabesche. È stato proprio questo il motivo per cui ho voluto inserire un personaggio come Bruno: per dare al pubblico un riferimento a una figura archetipica, che rende immediatamente riconoscibile la struttura narrativa del film. Volevo creare una fiaba nera, un racconto che portasse con sé tutti gli ingredienti tradizionali del genere, ma allo stesso tempo carico di un messaggio più oscuro e contemporaneo. Il bosco in cui il protagonista si perde non è solo un luogo fisico, ma diventa simbolo di quella natura che si ribella e punisce chi l’ha abusata. È una riflessione sulla vulnerabilità umana di fronte alla potenza della natura, che si trasforma da madre accogliente a giudice severo.

La regia, fin dai primi minuti, punta a rendere straniante ogni elemento in scena, alternando campi lunghi che mostrano la natura dominante, che prevarica sull'uomo, a campi più stretti e claustrofobici, per accentuare la sensazione di trappola e solitudine. Il protagonista, Bruno, vive un'esperienza di isolamento straziante che troverà sollievo solo grazie a incontri casuali che si rivelano fondamentali per lo sviluppo della trama.

 

"Autori come Robert Eggers e Ari Aster sono stati per me una fonte di ispirazione importante."

 

La figlia del bosco è un horror atmosferico che sembra trarre ispirazione da suggestioni più nordeuropee che non americane. Quali sono i registi che ti hanno maggiormente influenzato nella costruzione del racconto?

Il linguaggio del film, indubbiamente, si avvicina molto al cinema nordico, soprattutto per i tempi narrativi più lenti e per l’attenzione alla creazione di un’atmosfera tesa e inquietante. Autori come Robert Eggers e Ari Aster, che trattano temi legati al folk horror con ambientazioni boschive, sono stati per me una fonte di ispirazione importante. Tuttavia, ho cercato di mescolare elementi di entrambe le tradizioni, quella nordica e quella americana.

Ho volutamente evitato la cultura dello jumpscare, che è tipica del cinema horror americano, in favore di un approccio più psicologico, incentrato sulla costruzione della tensione e sul lento accumulo di inquietudine. Questo tipo di horror, più sottile e riflessivo, non solo lascia un’impronta più duratura nella mente dello spettatore, ma invita anche a una riflessione più profonda al termine della visione. L’horror psicologico, infatti, è quello che permette di esplorare le paure più intime dell’essere umano, senza il bisogno di shock visivi, ma puntando sull’atmosfera e sulla suggestione.

Angela Potenzano in La figlia del bosco
Courtesy of Gargiulo&Polici Communication

Nel film, il discorso sull’invadenza dell’uomo sulla natura è molto potente. Non è un caso che il protagonista sia un cacciatore. Un sottotesto così fortemente ambientalista era già presente in partenza?

L’intrattenimento è sempre al centro di ciò che faccio, ma credo fermamente che ogni film, indipendentemente dal genere, debba lasciare anche uno spunto di riflessione. Il cinema ha questa forza: può sembrare un semplice passatempo, ma in realtà è un potente mezzo di comunicazione. Nel caso de La figlia del bosco, ho voluto trattare un tema come quello dell’ambiente in maniera non solo esplicita, ma anche indiretta. La scelta del cacciatore come protagonista non è casuale: è un personaggio che rappresenta la figura dell’uomo che invade e sfrutta la natura. Attraverso il film, il pubblico, anche senza volerlo, viene costretto a riflettere sull’impatto dell’essere umano sull’ambiente. Il cinema horror, in questo senso, è un veicolo perfetto per trasmettere anche messaggi di tipo sociale, perché coinvolge visceralmente lo spettatore.

Davide Lo Coco interpreta il cacciatore Bruno
Courtesy of Gargiulo&Polici Communication

Il cast del film è assai ristretto, composto da appena quattro attori. Quale criterio hai adottato nella scelta di questi ultimi?

Il cast de La figlia del bosco è composto da Davide Lo Coco, Giorgia Palmucci, Giulia Malavasi e Angela Potenzano. Tranne Angela, che non conoscevo prima, gli altri li avevo già incontrati in passato, e durante la fase di scrittura mi ero già immaginato i loro volti nei ruoli.

Lavorare con attori che conosci bene ti permette di avere una complicità immediata e una fiducia reciproca che si traduce in una performance più naturale e credibile.

Giulia Malavasi in La figlia del bosco
Courtesy of Gargiulo&Polici Communication

La figlia del bosco è stato girato interamente tra il Terminillo e il Monte Livata in sole due settimane. Quali sono state le principali difficoltà di una scelta del genere?

Girare in un tempo così breve ha sicuramente portato delle difficoltà, ma allo stesso tempo ci ha costretto a essere estremamente efficienti e creativi. Molte volte, una scena riusciva alla prima ripresa, proprio perché non avevamo il tempo di fare molte prove. La necessità di girare così velocemente era legata agli impegni lavorativi che avevo prima e dopo le riprese; quindi, abbiamo dovuto pianificare in modo estremamente dettagliato.

La scelta del Terminillo e del Monte Livata come location è stata dettata anche dal mio forte legame personale con questi luoghi. La natura selvaggia e le atmosfere dei boschi che li circondano hanno fatto da sfondo ideale per la storia che volevo raccontare. In alcuni casi, lo scouting è stato fatto addirittura durante le riprese stesse, andando a caccia di location che mi convincessero, magari facendo una passeggiata tra una scena e l'altra.

panoramica del bosco
Courtesy of Gargiulo&Polici Communication

Oltre a una carriera consolidata nel cortometraggio, negli ultimi anni ti sei occupato anche di regia televisiva per La7 e Mediaset. Quanto ti ha aiutato quest’esperienza nel tuo debutto nel lungometraggio?

Televisione e cinema sono due mondi che, pur avendo molte cose in comune, presentano anche enormi differenze. Tuttavia, ciò che accomuna questi due settori è la dinamicità e il lavoro in team. La mia esperienza in televisione mi ha dato una marcia in più nel passaggio al lungometraggio, soprattutto dal punto di vista della gestione dei tempi e delle risorse. In televisione, l’improvvisazione e la velocità sono all'ordine del giorno e questo mi ha aiutato a essere pragmatico durante le riprese del film.

Sei già al lavoro su progetti futuri?

Il mio obiettivo è continuare a esplorare entrambi i settori, cinema e televisione, ma con un focus particolare sull’horror. Questo è un genere che mi affascina molto e in cui credo di potermi esprimere al meglio. I miei prossimi progetti saranno ancora legati a questo genere, perché l’horror offre una libertà artistica e creativa che pochi altri generi sanno dare. È un genere che ti permette di sperimentare e di mettere in discussione i limiti del cinema, cosa che mi entusiasma molto.

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Ilaria Del Bono
Redattrice

Creativa eclettica con una profonda passione per la scrittura, la cultura pop degli anni ’90, il Giappone e il cinema. Copywriter da più di 10 anni, ha sempre lavorato nel mondo delle agenzie pubblicitarie, inventando slogan, naming e campagne pubblicitarie. In un’altra vita avrebbe voluto fare l’illustratrice, ma vista la sua scarsa dote artistica si limita a collezionare libri illustrati.

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