Biancaneve-gate: tutte le critiche al live action Disney accusato di essere “woke”
La critica e il pubblico non risparmiano colpi al film
C’era una volta un Paese che sognava di continuare a essere la patria della Dolce Vita, del genio e della creatività, invece fu costretto a un risveglio improvviso il 27 marzo 1975, davanti a uno schermo cinematografico, su cui apparve la Verità. Una Verità tragicomica che aveva le fattezze di un uomo di mezza età tutt'altro che avvenente, pingue, timido e impacciato, servile verso i suoi superiori, spesso meschino nei confronti di moglie e figlia ma, soprattutto, uno sfigato colossale. In un periodo politicamente turbolento e irrequieto l’Italia, appena uscita dall'austerity come conseguenza della crisi petrolifera del '73, si guardò così riflessa negli occhi di un ragioniere dall'aria sciatta, con lo spagnolin (il cappello da cui non si separa mai) e l'andatura sghemba: il ragionier Ugo Fantozzi, ideato e interpretato da Paolo Villaggio, e che si appresta a festeggiare il suo anniversario - sì, sono già passati 50 anni.
Foto Wikimedia Commons
Le origini del personaggio Fantozzi risalgono al 1968, quando Villaggio lo presenta durante il programma TV Quelli della domenica, seguito da alcuni racconti dal titolo La domenica di un impiegato, il cui protagonista è proprio il ragionier Fantozzi, pubblicati sul settimanale L'Europeo, con cui Villaggio collabora. Un successo seguito, nel 1971, dall'uscita del libro, Fantozzi, edito da Rizzoli, che diventa in breve tempo un bestseller.
Antieroe di cellulosa, prima che di celluloide (ma è il cinema a consacrare Fantozzi come fenomeno di massa), il ragioniere ideato dalla mente di Villaggio è un attrattore indefesso di sciagure. Ispirato ai personaggi dei grandi della letteratura russa - Gogol e Dostoevskij in primis, con incursioni nella Mitteleuropa di Kafka - Fantozzi è fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i cartoon. Suo lo stile slapstick, con la battuta che procede parallelamente alla gag fisica.
Dagli scaffali di una libreria al cinema, il passo è breve. Nel 1975 esce il primo film che vede il ragionier Fantozzi protagonista, con la regia di Luciano Salce. Villaggio, che il film lo scrive anche, insieme allo stesso Salce, a Leonardo Benvenuti e a Piero De Bernardi, ha l'intuizione di circondarsi di comprimari che ritorneranno anche nei nove film successivi e saranno importanti tanto quanto lui per il successo della saga. Gigi Reder nei panni del ragionier Filini, Anna Mazzamauro in quelli della signorina Silvani, Giuseppe Anatrelli nei panni dell'infimo Calboni, Pina, la moglie di Fantozzi interpretata prima da Liù Bosisio e poi da Milena Vukotic e la figlia Mariangela, alias Plinio Fernando.
Ad assistere a questa epica della mediocrità, a questa apologia della scarsezza, succede però qualcosa di grande. Accade che il mondo di Fantozzi, soprattutto attraverso i dialoghi tra i personaggi e la voce narrante (dello stesso Villaggio, perfetto collante tra tutti gli sketch che compongono i film in cui il ragioniere è protagonista), ha un impatto fortissimo nell'eloquio quotidiano, tanto che si è parlato di rivoluzione lessicale. Vengono così introdotti neologismi, modi di dire e frasi idiomatiche, storpiature varie (lo stesso nome di Fantozzi viene modificato costantemente da colleghi e conoscenti in Fantocci, Bambocci, Pupazzi...) e si abusa di superlativi e, in generale, di aggettivi e avverbi iperbolici (pazzesco, orrendo, tragicamente...).
Tutto viene ingigantito. Il mega direttore galattico, talvolta chiamato maestà o santità, che siede su una poltrona in pelle umana, la società per cui Fantozzi lavora che ha un nome infinito (la ItalPetrolCemeTermoTessilFarmoMetalChimica), per comodità abbreviato in Megaditta, e così via. Per non parlare del declino del congiuntivo (impagabile il "Che fa, batti?" durante la partita di tennis con Filini, così come i vari "facci" "venghi" e " mi dii"). Tutte locuzioni entrate a far parte del linguaggio comune per sintetizzare ironicamente situazioni e concetti quotidiani. D'altronde l'aggettivo "fantozziano" è entrato nel vocabolario italiano nel 1977 per indicare una persona impacciata e servile o anche una situazione tragicomica.
A cinquant'anni di distanza, di Fantozzi si parla ancora. Nel corso del tempo i suoi film sono diventati dei cult transgenerazionali che, utilizzando l'iperbole per descrivere una realtà fatta di sconfitte e di compromessi, hanno sancito definitivamente il successo di un perdente appartenente alla classe media impiegatizia pavida e fannullona, la cui unica peculiarità è di non possedere talento alcuno.
Nessuno in Italia aveva mai fatto ridere in quel modo così feroce da trasformare la mortificazione in amara ilarità.
Il 27 marzo 2025, per festeggiare i suoi 50 anni - un anniversario di tutto rispetto - il film Fantozzi torna al cinema per un giorno, in versione restaurata. Promosso dalla stessa Cineteca di Bologna, il restauro della pellicola (che sarà prossimamente disponibile su Mediaset Infinity) è stato realizzato dal laboratorio L’Immagine Ritrovata.