Si può portare il cibo in spiaggia? Cosa dice la legge in Italia
Cibo da casa in spiaggia e negli stabilimenti, ecco cosa permette (e cosa vieta) la normativa

Vi racconto una storia crunchy. Esterno. Sera. Ristorante romano. Seduta al tavolo dietro al mio, una coppia di stranieri (del Nord Europa?) sui trent'anni. Ma io ancora non li ho visti: stando dietro di me, li ho solo sentiti. In un italiano stentato, lui ordina due filetti di baccalà ("ddue fileto di baccàlla, per favoure). Il cameriere glieli porta poco dopo. A quel punto, curiosa di dare un volto a quella voce tentennante di cui avevo particolarmente apprezzato lo sforzo di ordinare nella nostra lingua, mi giro. E vedo il ragazzo che sembra dire alla sua commensale qualcosa come: "Dai che ti faccio un video", mentre afferra il telefono e lo punta verso la giovane turista alle prese con il suo (forse) primo filetto di baccalà della sua nordica esistenza.
Nonostante il brusio di sottofondo, il morso che la ragazza affonda in quel merluzzo - nordico anch'esso - cucinato alla romana, genera un sonoro "crock", seguito da altri a volume più basso che via via si allontanano dal primo, in quella che sembra una bizzarra e rassicurante eco. Sento che i due ridacchiano, evidentemente soddisfatti di essere riusciti a catturare anche il suono, oltre che l'immagine, di quanto ordinato. E continuano la loro cena.

Un tempo il cibo si giudicava dal sapore. Poi è arrivata l’estetica: se non è bello, difficile che sia anche buono. Oggi, invece, il vero protagonista a tavola sembra sia diventato il suono. Siamo nell'era del crunchy, baby! Vale a dire che se non scrocchia, non esiste.
Il fascino per i cibi croccanti non è certo una moda recente: affonda le sue radici nella nostra storia evolutiva. La consistenza rappresentava un segnale affidabile: ciò che faceva crock era spesso sinonimo di freschezza, un cibo ricco di acqua e nutrienti, mentre una consistenza molle lasciava pensare che fosse andato a male.
Nel grande romanzo della Storia della cucina, il croccante si connota dunque come un personaggio antico e tutt’altro che secondario. Già nell’Antica Roma si preparavano forme primordiali di dolci scrocchianti con miele e frutta secca — una specie di antenati del torrone — mentre nel Medioevo, in Europa, la crosta dorata di pane e arrosti era considerata la parte più prelibata del piatto. Il vero salto avviene però tra XVII e XVIII secolo, quando lo zucchero diventa un ingrediente più accessibile e diffuso e nascono caramelle, praline e preparazioni croccanti sempre più raffinate, soprattutto nelle corti francesi. Parallelamente, in Asia, la frittura inizia a sviluppare una propria estetica del croccante: tempura giapponese e snack cinesi anticipano di secoli quella che oggi chiameremmo “food texture culture”. Insomma, molto prima di TikTok e dei microfoni sensibili, l’umanità aveva già capito una cosa fondamentale: il piacere non è solo una questione di gusto, ma anche di suono.

Il punto è che l’industria alimentare ha imparato molto bene a giocare su questo meccanismo. Gli alimenti ultra-processati dalla consistenza croccante — dalle patatine agli snack, passando per i cereali zuccherati — sono studiati per raggiungere il cosiddetto bliss point: quell’equilibrio calibratissimo tra grassi, zuccheri, sale e texture che li rende estremamente difficili da smettere di mangiare.
Complice (anzi complicissima) la rete, che con l'esplosione dei video ASMR (Autonomous Sensory Meridian Response) ha trasformato il suono del cibo in uno spettacolo, ci ritroviamo a subire immagini e suoni di morsi amplificati e patatine sgranocchiate al microfono. Cosa che ci piace e ci gratifica. È a questo punto che il cibo diventa intrattenimento. Il suono croccante stimola contemporaneamente udito, tatto e gusto. Divenendo un’esperienza multisensoriale che il cervello interpreta come appagante e terapeutica.
Inutile dire che, spesso, questa croccantezza è solo una facciata. Che dietro nasconde ingredienti di bassa qualità, come oli raffinati, aromi artificiali e conservanti. Una sorta di escamotage sensoriale che fa sembrare genuino e fresco ciò che in realtà è fortemente industriale. Non a caso, diversi nutrizionisti mettono in guardia dall’abuso di questi prodotti che stimolano il desiderio di continuare a mangiare, senza garantire una reale sensazione di sazietà.
Che il futuro del cibo continui a essere croccante, è probabile. In fondo il crunchy è il simbolo perfetto del nostro tempo: superficie e performance, ma poca sostanza. Il trionfo del rumore sul gusto. In quest'ottica, va bene tutto, purché al morso faccia "crock". E allora, forse, la prossima rivoluzione gastronomica sarà semplicemente tornare a giudicare un piatto dal sapore. Non dai decibel che emette quando lo si assaggia.
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