Il Tempio di Nettuno a Paestum, dove gli shooting nuziali sono a pagamento
Il Tempio di Nettuno a Paestum — Shutterstock by Pierre Violet

Divieti di shooting e riprese: le regole di hotel, borghi e siti turistici

Dal Tempio di Nettuno a 7.000 euro l'ora ai vicoli di Gion, chiusi perfino a chi passeggia: chi decide, quanto costa, che cosa si rischia

A cura di Anna Furlan

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Quando Federico Fellini, nel 1960, chiamò Paparazzo il fotografo che ne La dolce vita insegue le dive per le notti di via Veneto, difficilmente immaginava di aver dato il nome a un mestiere. Ancora meno poteva prevedere che, sessant’anni e qualche miliardo di smartphone dopo, il paparazzo avrebbe smesso di inseguire le star per mettersi in posa lui stesso, con un borsone di abiti e un fotografo al seguito, davanti alla piscina di un grand hotel o alla facciata di un tempio greco.

È da qui – dalla trasformazione dei luoghi di vacanza in set a cielo aperto – che nascono i divieti di shooting negli hotel, nei borghi e nei siti turistici di cui si torna a parlare quest’autunno, dopo i casi degli alberghi di lusso della Costa Azzurra. L’etichetta comoda (e un filo pigra) è «guerra agli influencer», ma la realtà è tutt’altra cosa: nessuno dei luoghi di cui parleremo vieta una categoria di persone, mentre quasi tutti regolano qualcosa di molto concreto, che sia un cavalletto, una sosta sul molo o lo sbarco su una spiaggia. Ma procediamo per gradi, cominciando da casa nostra.

Paestum, il Tempio di Nettuno a ore

Il caso italiano più recente, e forse il più istruttivo, non è un divieto ma un listino. Con il decreto n. 81 del 17 luglio 2026, il Parco archeologico di Paestum e Velia ha messo nero su bianco quanto costa un servizio fotografico nuziale fra i templi: 500 euro per tre ore sull’intera area, interni dei templi esclusi; 4.000 euro se, nelle stesse tre ore, si vuole passare al massimo un’ora dentro il Tempio di Nettuno; 7.000 euro per averlo tutto per sé, sempre per un’ora. Le riprese si fanno solo durante l’orario di apertura, il volo dei droni in pieno giorno è escluso senza appello (fuori orario serve una convenzione a parte, vigilanza a carico) e gli sposi hanno diritto a otto ingressi gratuiti al massimo fra fotografo, collaboratori e invitati. In altre parole: a Paestum il set non è vietato, si paga.

Portofino e il divieto che non c’era

Il porto di Portofino con le case colorate affacciate sulle barche
Il porto di Portofino, dove nel 2023 sono nate le «zone rosse» — Shutterstock by Mazur Travel

Più sottile, e spesso raccontato male, il caso di Portofino. Nell’aprile 2023 il sindaco Matteo Viacava firmò un’ordinanza che istituiva due «zone rosse» sul fronte del porto, fra piazza Martiri dell’Olivetta e la calata Marconi e verso il molo Umberto I, nelle quali da Pasqua al 15 ottobre era vietato sostare e formare assembramenti, con multe da 68 a 275 euro. Si poteva passeggiare, entrare nei negozi, mangiare un gelato; non ci si poteva piantare in mezzo alla banchina, che è poi esattamente quello che fa chi aspetta il proprio turno per la foto con la piazzetta alle spalle. Di qui il «divieto di selfie» rimbalzato su mezza stampa europea, che però nell’ordinanza non compare: il bersaglio era l’ingorgo, non lo scatto, e la motivazione ufficiale parlava di sicurezza su moli senza parapetti.

Budelli, la spiaggia che si guarda dal mare

Poi c’è il caso in cui la foto è la prova, pur non essendo l’infrazione. La Spiaggia Rosa di Budelli, nel Parco nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena, è chiusa ai visitatori da oltre trent’anni per proteggere un ecosistema fragile e la sabbia che le dà il nome. Nel giugno 2024 un’influencer brasiliana ci è sbarcata comunque e ha pubblicato il video della gita; la Guardia costiera ha riconosciuto dal filmato il luogo e la barca, e la sanzione l’ha raggiunta fino a Dubai, dove vive: 1.800 euro in tutto, 300 per lo sbarco e 1.500 per aver navigato senza autorizzazione nelle acque protette del parco. Non è stata multata per aver filmato. È stata trovata perché aveva filmato.

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Divieti di shooting negli hotel, da Antibes a San Diego

Tra gli hotel che impongono divieti di shooting e selfie, c'è il rinomato Hôtel du Cap-Eden-Roc di Antibes
Tra gli hotel che impongono divieti di shooting e selfie, c’è il rinomato Hôtel du Cap-Eden-Roc di Antibes. Shutterstock by Julie Mayfeng

Veniamo agli alberghi, da cui la discussione è ripartita. All’Hôtel du Cap-Eden-Roc di Antibes – quello che Francis Scott Fitzgerald trasfigurò nell’Hôtel des Étrangers di Tenera è la notte, e che ha visto passare i Kennedy, Marlene Dietrich e Picasso – i servizi fotografici sulla proprietà non sono ammessi senza l’autorizzazione della direzione; chi ha esigenze particolari passa dal concierge, che all’occorrenza indirizza al fotografo della casa. Stando ai resoconti usciti a ottobre sulla stampa internazionale, la stretta va anche oltre: soltanto smartphone, in piscina niente foto né telefonate, e il grande viale che scende verso il mare sorvegliato perché non diventi una passerella. La direttrice Sophie Volant ha raccontato di ospiti che a pranzo passavano più tempo a fotografare il piatto che a mangiarlo, il che, in un posto del genere, è un paradosso economico prima ancora che di galateo.

Dall’altra parte dell’oceano, l’Hotel del Coronado di San Diego, aperto nel 1888 e set di A qualcuno piace caldo con Marilyn Monroe, ha una policy scritta su foto e riprese che è un piccolo manuale di buon senso. Gli ospiti fotografano e filmano liberamente con i propri dispositivi, anche per i social; i servizi con fotografi professionisti o attrezzatura ingombrante sono riservati agli eventi contrattati con l’hotel, matrimoni compresi. Le riprese commerciali richiedono consenso scritto e contratto, con una tariffa per l’uso degli spazi da 2.500 a 50.000 dollari al giorno. A chi insiste resta la spiaggia pubblica, a patto che la facciata non diventi la protagonista: anche quella ha bisogno di una licenza.

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Gion, dove la foto si chiede

Hanamikoji, la via principale di Gion a Kyoto, all'alba
Hanamikoji all’alba, la via principale di Gion, che resta pubblica — Shutterstock by Pajor Pawel

Ma i divieti di shooting non riguardano soltanto gli spazi degli hotel. Il caso più stratificato è quello di Gion, il quartiere delle geishe di Kyoto, dove i livelli sono due. Il primo è quello delle regole di comportamento diffuse dalla Kyoto City Tourism Association: geiko e maiko non si fotografano senza il loro permesso né si seguono per strada, chi ostruisce il traffico rischia una multa fino a 50.000 yen e per chi entra senza permesso in una proprietà privata le sanzioni di legge sono parecchio più pesanti.

Il secondo è quello del consiglio di quartiere, che dal 25 ottobre 2019 vieta le foto sulle strade private e dal 1° aprile 2024 ha chiuso quei vicoli anche a chi vorrebbe soltanto attraversarli, con cartelli che parlano di 10.000 yen di multa; Hanamikoji, la via principale, resta pubblica. A spingere il quartiere sono stati i cosiddetti «maiko paparazzi», comitive che inseguono le apprendiste – spesso ragazze di sedici o diciassette anni – fino alla porta delle case da tè. Fellini, evidentemente, aveva visto lontano.

Bergün e Hallstatt, divieti di una stagione

Fin qui le norme in vigore che regolano i divieti di shooting negli hotel e non solo. Però, ricordiamo, esistono casi che continuano a circolare pur appartenendo al passato. Nel 2017 Bergün, paesino dei Grigioni, annunciò il divieto di fotografare il proprio paesaggio, con una multa di 5 franchi, motivandolo con la malinconia che quelle immagini avrebbero procurato a chi non poteva trovarsi lì; dopo le proteste il Comune fece marcia indietro. Hallstatt, in Austria, il villaggio sul lago che molti indicano come modello dell’Arendelle di Frozen, nel 2023 piazzò invece una staccionata di legno davanti al punto panoramico più affollato, contro le file da selfie e il rumore sotto le finestre dei residenti; le critiche sui social la fecero sparire poco dopo. Due divieti, insomma, più famosi della loro durata.

Che cosa resta a chi fotografa

Che cosa ne ricava, in buona sostanza, chi viaggia con una macchina fotografica al collo, per lavoro o per Instagram?  La foto personale, quasi ovunque, resta libera; e il problema nasce quando la foto diventa produzione (fotografo, cavalletto, cambi d’abito, drone), e allora serve un permesso che nei luoghi più richiesti ha un prezzo; e che spesso il divieto non riguarda lo scatto ma ciò che gli sta intorno: la sosta, lo sbarco, il passaggio in una strada che non è di tutti. Del resto, nessuna di queste regole chiede molto più di quanto chiederebbe un padrone di casa a un ospite educato. Il paparazzo può continuare a viaggiare, purché si ricordi, ogni tanto, di essere l’ospite e non il regista.

Scritto da Anna Furlan

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Anna Furlan

Anna Furlan

Redattrice

Si occupa prevalentemente di Arte&Cultura, Eventi e Food&Drink.

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